Non Dimenticare
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- Ecco l’Articolo dei Muppet… tanto per citare
- I corti di William Kentridge
- Rebirth
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- Il Natale vs. La Grande Crisi (6)
- La Rosa dei 20 (4)
- Lettere e Note (4)
- New York T. (6)
- Rimembranze (4)
- V-Side (7)
Autori
Spariti? No, semplicemente in giro.
Noi di GattiSullaLuna l’abbiamo detto anche se forse non chiaramente, almeno tra le righe, ma noi la pensiamo a modo nostro, in tante cose e siamo convinti che non sempre perché una strada è percorsa da tutti e da sempre sia necessariamente quella giusta, quella migliore.
In effetti non posso negare che sembra sempre assurdo percorrere vie nuove, vie originali: ti senti idiota, pensi di fare qualcosa che non ha senso quando tutti fanno diverso da te ma identicamente tra di loro.
Vi assicuro che la maggior parte delle volte una scelta originale, perché ragionata e giusta per noi, per i nostri gusti, é per forza anche quella giusta, a farla sembrare sbagliata è solamente la dissonanza che crea poiché suonata dentro un’ orchestra ordinata, organizzata, diretta.
Dobbiamo allora avere un po’ di fantasia, cercare la porta di sicurezza, c’è sempre un’uscita d’emergenza e andare a suonare fuori la nostra nota e da li cominciare a comporre la nostra sinfonia.
Beh noi di GattiSullaLuna il nostro concept album lo stiamo suonando da un po’ e dato che sta iniziando l’estate, come capite abbiamo rarefatto le note, le abbiamo rese più distanti.
Al contrario della maggior parte dei mammiferi noi andiamo in letargo con il caldo, almeno con la scrittura. Dopo tutto l’estate ti richiama all’aperto, ti vuole illuminare con il sole e scaldare con l’afa e le cicale, e noi non riusciamo a dire di no. Scrivere al computer, amministrare un sito non ha molto a che fare con gli alberi verdi, il sole giallo ed il vento caldo, quindi ce ne freghiamo delle dinamiche del web, della velocità del mondo digitale e poichè siamo sicuri che anche voi sarete in giro a godervi la luce, vi garantiamo che ci vedrete raramente in questi 3/4 mesi. Siamo un sito invernale, siamo caldi ed accoglienti come un plaid matrimoniale a fantasia scozzese, non abbiamo nulla a che fare con l’estate: come dice una canzone di cui non ricordo il titolo “…d’estate muoio un pooooo…”.
Ma a noi non ci frega niente, se avessimo degli sponsor che ci pagano per scrivere diremmo loro che d’estate non facciamo raccolta pubblicitaria, perché se vogliamo avere qualcosa da scrivere dobbiamo pur andare in giro a vivere, a conoscere gente, a fare esperienze, vero o no?
Beh ragione o no io ho bisogno di stare fuori casa, di stare al coperto il meno possibile, mi devo limitare alle ore in ufficio e devo muovermi fisicamente, materialmente, consumare le pastiglie dei freni della mia bicicletta da trekking, far salire il conteggio dei km sul computerino della mio cancello trasformato con un po’ di sano e divertente lavoro manuale in una due ruote vintage.
Eh si.
Io e i miei colleghi, Steve e TheEd quindi mettiamo le mani avanti e vi spieghiamo perchè sembriamo scomparsi.
Ci stiamo molto tranquillamente godendo il bel tempo e ci stiamo caricando di cose da raccontarvi, di immagini da mostrarvi, di idee da realizzare.
Buona estate a tutti e mentre aspettate l’autobus, mentre siete in fila per una visita medica, se avete un cellulare con la connessine ad internet controllate il sito, non smettiamo di scrivere, ma solamente rendiamo tutto più rarefatto, perché mentre l’inverno è fatto per pensare e ragionare, l’estate esiste per permettere alla vita di esplodere e ogni esplosione lascia qualche frammento, interessante e particolare, da studiare e da capire.
“Il palazzo che vedete alle mie spalle è nato come una pura idea, prima di diventare un colosso di pietra e acciaio” esordii a voce alta perché mi sentissero tutte. “Un’idea di bellezza e solidità. Alcuni dicevano che era una follia, che un vento forte l’avrebbe fatto crollare. In realtà è fragile solo in apparenza (…) Dobbiamo solo dimostrare di essere solide, proprio come questo palazzo”
Susan Vreeland, Una ragazza da Tiffany – ed. Neri Pozza
Come sarà venuto in mente all’architetto Daniel Burnham di progettare un grattacielo dalla forma triangolare, con la punta che domina l’incrocio tra la 23th Street e la 5th Avenue, e la facciata che accompagna la Broadway nel punto in cui attraversa la 5th, per proseguire nel suo percorso quasi anarchico, nella Manatthan degli angoli a 90 gradi?
Erano i primi anni del secolo, e i newyorkesi erano davvero convinti che il vento lo avrebbe fatto cadere, perché a vederlo, con la sua facciata in perfetto stile beaux-art l’idea che sia qualcosa di leggero e non un palazzo dall’imponente scheletro di ferro ti sfiora anche oggi, dopo oltre un secolo.
Beaux-art, il gusto “neoclassico” francese che attraversa l’oceano e arriva a NYC. La facciata del Fuller Building si ispira alle colonne greche: fusto e capitello, una forma armoniosa di finestre di vetro, inserzioni calcaree e di terracotta.
Il nome Fuller viene presto abbandonato per quello di Flat Iron, “ferro da stiro”. Nei primi del ’900 il quartiere inizia a degradare, e il nostro ferro da stiro diventa il crocevia di amori omosessuali, anche a pagamento.
Nel 1911 al Flat Iron Bulding apre un ristorante francese, che oggi definiremmo gay-friendly, dove si esibiva Louis Mitchell con la sua Southern Symphonists’ Quartet prima di trovare fortuna in Europa. Il ristorante venne poi chiuso, a causa degli effetti del proibizionismo.
presente in tantissimi film, ve ne cito uno per tutti: sede del Daily Bugle, il giornale per cui lavora Peter Parker, il mio supereroe preferito!
Un saluto dal vostro gatto magico
Era nato suo figlio, adesso però era tardi e la moglie tranquilla nel letto della sua stanza in ospedale gli aveva detto di andare a casa a dormire, doveva riposare perché il giorno dopo sarebbe stato ancora più impegnativo, almeno per lui. Uscendo dall’ospedale aveva deciso di camminare un po’ a piedi, aprile aveva portato a New York un tepore quasi estivo quindi perché sprecarlo, se si fosse stancato avrebbe potuto prendere un taxi o la metro.
Camminando si ricordò che dalla fretta era uscito dall’ufficio lasciando il computer acceso e una e-mail non inviata, così dato che il palazzo dove lavorava era sulla strada di casa decise di passare, salire e sistemare le ultime cose; tutto aveva tranne sonno e poi avrebbe potuto lasciare un messaggio ai suoi colleghi, dicendo che l’indomani non sarebbe andato al lavoro.
Quando entrò nell’atrio Frank era in guardiola che leggeva l’ultimo numero di The New Yorker, lo salutò solamente con un cenno da sopra gli occhiali per la sua presbiopia e gli fece ok con la mano, uomo buono ma riservato e di poche parole.
Nell’ascensore, immerso nel silenzio del palazzo, Bob fece un sorriso, era felice, per suo figlio e per come stesse andando la sua vita nell’ultimo anno. Aveva traslocato in un appartamento migliore, in un quartiere che a lui era sempre piaciuto, fin da quando ragazzo aveva tempo per bighellonare per la città, era molto tempo che non lo faceva. Pensò che avrebbe ricominciato insieme a suo figlio, nei pomeriggi in cui la moglie si sarebbe presa qualche ora per se e per vedere le amiche. sarebbe andato al parco lungo la 42nd Street, quello di Tudor City Place e con suo figlio nella culla avrebbe ricominciato a sfogliare i suoi albi di fumetti, quelli su cui si perdeva nei pomeriggi invernali di ormai 10 anni fa: Will Eisner, Alan Moore, Frank Miller e Stan Lee, dei grandi, i migliori; chi sa se sarebbero piaciuti anche al piccolo… mmm forse meglio non farglieli trovare a portata di mano fino all’età della ragione, troppo a rischio distruzione.. meglio tenerli per il suo quattordicesimo compleanno, quando come in un rito antico lo avrebbe portato nel suo studio e gli avrebbe fatto notare la fila perfetta di albi nel ripiano alto della libreria, con l’accompagnamento di 1979 degli Smashing Pumpkins… beh poi avrebbe fatto correre il disco fino alla fine e avrebbe lasciato suo figlio a godersi quel momento e lui l’avrebbe guardato dalla poltrona, ricordando la prima volta che aveva ascoltato quel disco meraviglioso della band di Chicago.
Quando l’ascensore si aprì trovò stranamente ancora molte luci accese.. poi guardando l’orologio si accorse che l’”ancora” era un “già”, si perché era talmente tardi che gli addetti alle pulizie erano già all’opera per far trovare tutto in ordine e pulito per la mattina seguente.
Trovò il computer ancora acceso, bloccato dalla password… ora di cambiarla, si forse sarebbe stata troppo prevedibile ma doveva avere a che fare con suo figlio e poi avrebbe cambiato subito lo sfondo desktop con una delle duecento foto che aveva già fatto con il telefono, era già sulla strada del rincoglionimento da neo-genitore ma gli andava bene così. Sistemò tutto: password, mail non inviata, messaggio ai colleghi e sfondo scrivania e prima di spegnere si fermò ancora un secondo a pensare. A casa era ancora tutto mezzo imballato perché il trasloco era avvenuto con una settimana di ritardo e avevano così deciso di preparare prima di tutto la camera dal piccolo. Computer e Wi-Fi non erano ancora attive, anzi non aveva assolutamente idea di dove poter trovare il portatile e il router anche se la linea internet e telefonica erano già attive, così dopo uno sguardo all’orologio decise di scrivere una cosa per suo figlio li, qualcosa che gli avrebbe dato più avanti o forse mai.
Così quando io mi svegliai nel pieno della notte guardando dalla finestra della mia camera d’albergo, vidi il profilo di una persona davanti a quel computer che qualche ora prima venendo a letto vidi acceso, con molte applicazioni ancora aperte, unico negli uffici ormai vuoti.
Io ero in vacanza e mi chiesi cosa ci facesse qualcuno ancora al lavoro a quell’ora, pensai che gli americani avessero uno strano modo di vivere. Poi però, dato che non riuscivo a prendere sonno decisi di scendere alla caffetteria sotto e li incontrai una persona, qualcuno che mi sembrava famigliare così, dato che eravamo soli nel locale, decisi di scambiare due parole:
<<Anche lei non riesce a dormire?>>
<<Eh no…questa notte è nato mio figlio e voglio continuare a pensarci fino a quando non lo rivedrò>> e dopo aver guardato l’orologio aggiunse <<tra poche ore!>>.
E infine, dopo un tempo infinito, la terza parte del racconto, che se fossi più presuntuoso definirei “di formazione”, incentrato su Achtung Baby. Le parti precedenti le potete leggere rispettivamente qui e qui. Dopo una seconda parte in cui sono conscio di avere un pochetto allungato il brodo, arrivo alfine alla conclusione. Che dire? Spero che un pochetto vi sia piaciuto. Nel frattempo il mio cervellino maligno sta già rovistando tra le scatole dei ricordi per estrarre altre “rimembranze”. Tremate!
—
Al timido primo ascolto, che ora non analizzerò in dettaglio, ché non è quello di stilare una tarda recensione lo scopo di queste righe, seguirono settimane, settimane e settimane ancora passate ad ascoltare, rimuginare, masticare e riascoltare quei solchi. Ero confuso, e “confuso” è dir poco. Certo, ostentavo una certa sicumera di fronte a chi mi aspettava al varco (sapevo che lo avrebbero fatto, mi ero preparato), ma dentro di me gli orizzonti sfumavano e muri tremavano.
In fondo, avevo paura di ammettere a me stesso che gli U2, peraltro vittime incolpevoli del fatto che io li avessi presi a mio punto di riferimento non solo musicale, avessero ai miei occhi perso la testa: vestiti lucidi, trucco, crossdressing, costumi adamitici (proprio il caso di dirlo!), modelle seminude, riferimenti sessuali, esplicita mancanza di punti di appoggio religiosi, sparito ogni riferimento a Dio.
(Ma gli U2 erano davvero ancora quei quattro tizi che vestiti di stracci al freddo del deserto volevano cambiare il mondo?)
(Ma gli U2 erano ancora quelli che orgogliosamente non si sentivano e comportavano come star?)
(Ma erano ancora i “miei” U2?)
Non capivo, e ancor più faticavo, dacché non avevo il minimo appiglio razionale per bollare i miei (ex?) idoli come definitivamente persi (anni dopo, non avrei avuto pietà nel lasciare a loro stessi sventurati oggetti di subitanee infatuazioni ad altrettanto repentini abbandoni, come, Iddio mi perdoni, i Coldplay).
Non ce l’avevo, questo dannato appiglio, perché più passava il tempo e più quei suoni mi scalfivano, mi erodevano, mi conquistavano. Come poteva il mio adiposo corpicino resistere e non muoversi sulle note di “Mysterious Ways“? Come poteva la mia altrettanto adiposa anima non lasciarsi sciogliere dalle dolenti note di “So Cruel“, avvolte da loop di batteria elettronica che fino a pochi mesi prima avrei rifiutato aprioristicamente per ragioni ideologiche? Non poteva, non poteva, non poteva.
Con quei suoi occhi d’un azzurro ipnotico Bono, per me novello Caronte, lentamente ma inesorabilmente mi traghettava attraverso le limacciose acque di un mio personale Acheronte, che mi avrebbe portato a soppesare con una nuova bilancia tutte le scelte e le certezze della mia vita.
(ok, detta così sembra esagerata: come può una persona, seppur giovane e immatura, lasciarsi influenzare a tal punto da un pugno di canzoni, tanto da guardare con occhi nuovi la propria vita e le proprie convinzioni? Infatti non è così, non avete capito. O forse non mi sono spiegato. Il punto è che pian piano compresi e feci mio il messaggio che alla base di quel progetto culturale per me così dirompente: non si sarebbe trattato poi in fondo di usare occhi nuovi, ma solamente di inforcare un paio di occhiali da mosca, ma andiamo con ordine)
Lentamente infatti, tra letture, visioni, disorientamenti, riflessioni, pareri discordanti (ancora un anno dopo c’era chi – mio conoscente – abiurava quel disco e lo rifiutava a priori proprio a causa dell’uso della batteria elettronica), ebbi la mia Epifania e capii quello che de facto stava urlando quel ragazzo irlandese che, facendo suo un aforisma di Oscar Wilde, nascondeva il suo sguardo intenso sotto una patina: datemi una maschera e dirò la verità!
Gli U2 di Joshua Tree misero a nudo le loro facce, le loro anime, le loro convinzioni, e vennero fustigati da quanti le raccolsero per ributtargliele contro. Ora, grazie a quegli occhiali e a quei pantaloni lucidi, avevano imparato ad evitare di mostrare la loro parte più vera, più indifesa e vulnerabile perché soggetta al giudizio altrui. Sotto quelle lenti c’era Paul Hewson, ma tutti vedevano solo Bono la rockstar, Bono “the fly“, Bono “the million dollar man“, Bono “Mc Phisto“, che poteva prendersi gioco delle convenzioni e incidere, senza sporcarsi le mani, le piaghe delle umane debolezze maramaldeggiando sulle nostre miserie.
Anche io, fino ad allora rannicchiato sotto la mia campana di vetro per la sola paura di ferirmi, potevo uscire. Potevo indossare i miei metaforici occhiali da Mosca, proteggere il me stesso più fragile e incominciare a guardare il mondo fuori con occhi più aperti. Avevo fino a quel momento confuso due parole, serietà e seriosità, ma potevo prendere il piccone e distruggerla, quella campana. Potevo scalfirla, quell’educazione che mi aveva fatto credere tramite la leva dei sensi di colpa che qualsiasi azione potesse disqualificarmi moralmente.
Non fu facile. Non fu immediato. Il piccone era pesante, ma ogni picconata era una piccola scoperta. E qualche breccia che aprivo nella campana si richiudeva presto. Mentirei grossolanamente se dicessi che l’ascolto di un disco mi ha aperto completamente ed immediatamente le porte. Mi ha dato, però, lo spunto per un percorso introspettivo che mi ha convinto a tentare di accantonare la paure e ad essere “ready to what’s next“.
Indossando gli occhiali da Mosca percepivo più buio ma vedevo più chiaro: che passare una serata in discoteca a muoversi e (cercare invano di) ballare non faceva automaticamente di me un debosciato privo di valori, che ridere sulle cose non significava sottovalutarne la serietà, che provare a parlare (ahimè solo quello) con esseri umani dell’altro sesso non era cosa da vergognarsi davanti allo specchio, che anche se ci fu chi mi tolse il saluto perché avevo preso a salire su un palco e a dire cose che in un oratorio sembravano sconvenienti, io sapevo di essere sempre la stessa persona, quella stessa persona che poteva uscire in contesti in cui mi fossi sentito fiducioso, protetto e sicuro.
E a metà luglio del 1993, davanti al palco dello Zoo Tv Tour, mi ritrovai col mio amico d’infanzia, sì, proprio quello con quel sin da piccolo litigavamo sui gusti musicali, quello che ascoltava Camerini, quello che poi andava in discoteca: proprio lui. Quello che forse tante cose le aveva capite prima di me, o che forse semplicemente era cresciuto con fardelli più leggeri… ballavamo entrambi al suono di Mysterious Ways e nessuno avrebbe potuto trovare tra noi una differenza.
Chewing out a rhythm on my bubble gum the sun is out and I want some
It’s not hard, not far to reach we can hitch a ride to Rockaway Beach
Up on the roof, out on the street down in the playground the hot concrete
Bus ride is too slow they blast out the disco on the radio
Rock rock rockaway beach Rock rock rockaway beach
Rock rock rockaway beach we can hitch a ride to Rockaway Beach
… cantavano i Ramones nel 1977 …
In America è tutto grande, ma mi sono stupita nel vedere quanto siano grandi le conchiglie nella spiaggia di Rockaway Beach…
- Cronaca di una giornata al mare… -
Oggi c’è il sole, quindi ne approfittiamo per andare nel Queens, a vedere l’oceano: linea A fino al capolinea e quando esci da Manhattan, vedi il cielo, perché la metro diventa sopraelevata, ed è l’occasione giusta per farti un’idea di come sia New York fuori dal centro. Perlopiù sono case a 2 piani, in legno, a blocchi di quattro, proprio “quelle dei film americani”. La linea è quella che va verso l’aeroporto JFK, la zona si chiama Jamaica, attraversato l’ultimo ponte si arriva a Rockaway Beach. Scendiamo alla 36st, non c’è nessuno in giro, il quartiere è formato da palazzine di 5/6 piani. Arriviamo alla spiaggia e iniziamo a camminare su una passerella di legno lunga più di 6 km. Rapidamente lasciamo la passerella per andare sulla spiaggia, anche se è novembre non resistiamo alla voglia di camminare a piedi nudi nell’oceano (gelato). La spiaggia è piena di conchiglie e sono enormi. Camminando verso ovest iniziamo ad incontrare qualcuno che come noi passeggia o gioca con il cane.
Ad un certo punto vediamo dei surfisti che si allenano: fare surf fino al 2005 era proibito, ma adesso non è raro incontrare giovani (sempre biondi, anche nella multietnica Grande Mela) con la tavola in metropolitana. Poi qualcuno che azzarda pic-nic sulla spiaggia. Anche due con sdraio e bandiera americana piantata nella sabbia, curioso però che fra di loro parlino in russo, ma lo abbiamo già detto: l’America è grande!
Lasciamo la spiaggia, facciamo un giro per il quartiere, le case sono tutte uguali, però molto graziose. Il quartiere è solo residenziale, per vedere qualche negozio dobbiamo percorrere parecchie centinaia di metri. Arrivati alla 90th street riprendiamo la metro con le scarpe piene di sabbia…
Un saluto dal vostro gatto magico
Ciao amici lettori, per voi un V-Side improvviso ma totalmente rilassante. E’ una cosa molto particolare e per me nuovissima che voglio condividere con voi che non ha a che fare solamente con la musica ma anche con l’arte grafica. Io adoro la contaminazione tra arti differenti perchè crea risultati sempre nuovi ed addirittura credo che un vero artista sia proprio colui che riesce a contaminare non solo tra varie forme di arte ma tra mondi differenti. Basta citare l’ormai onnipresente Steve Jobs, che contaminava tra tecnica, vita quotidiana e filosofia, ma gli esempi sono tanti, tra cui questo: un’ispirazione musicale provoca una spinta che porta ad un’opera grafica o viceversa… chi lo sa… è proprio questo il bello della contaminazione. Chi è l’artista? Musicista o disegnatore? L’artista in questo caso è artista nel vero senso della parola, qualcuno che trae ispirazione anche dall’amore per la natura, da un impegno per il futuro per creare la sua arte e regalarci poi un’emozione!
Come sempre buona visione…
Allora? Com’è?
Mi capita, ogni tanto durante l’anno, di avere momenti in cui non ho “spinta”, forse perché preso dal lavoro, o forse solamente perché l’animo, così come il corpo, ha dei momenti di black-out, nei quali non arriva alcun segnale. Sono alcune settimane che vivo questa situazione di deserto e quindi quando mi sono trovato davanti al momento di scrivere qualcosa per la rubrica che tengo insieme a mister mistoffelees ero quasi sul punto di gettare la spugna poi però, vagando per casa senza meta una sera qualche giorno fa in attesa di uscire con degli amici per una birra, ho visto uno scatto, un mio scatto nato proprio a New York e raffigurante uno dei simboli principali della Grande Mela, li ho deciso di raccontarvi la breve sequenza di gesti che ha portato a quell’immagine che per quello che raffigura è perfetta per questa rubrica.
Era il mio secondo viaggio a New York e al mio arrivo in albergo, dopo il check-in, l’unica cosa che volevo fare era mollare le valigie in camera, farmi una doccia e scendere per le vie di New York, ma poi ho guardato fuori dalla finestra della mia camera d’albergo e il mio primo pensiero è corso alla macchina fotografica e così: click!
So che può sembrare la solita “trappola per turisti” ma consiglio a tutti di recarsi tra la Fifth Avenue e West 34th Street e salire sul terrazzo panoramico dell’Empire State Building, la vista da li è stupenda. Consiglio anche di prendersela comoda, salire un’ora prima del tramonto, provare a scattare qualche foto per essere pronti quando il sole inizierà a calare. Sceglietevi una giornata limpida se è la prima volta che salite e se avete occasione di tornarci altre volte provate con la nebbia, con la neve, quando meglio credete insomma, fosse per me ci andrei ogni volta in cui perdo la “spinta”, che forse in questi giorni ho perso proprio perché è troppo tempo che non vado a New York!
Sito ufficiale del’ Empire State Building: http://www.esbnyc.com/
Domenica 18 febbraio, al tramonto della settimana del giorno di San Valentino e del Festival di Sanremo.
Mi rifiuto di postare un V-side che faccia da colonna sonora nel giorno degli innamorati, non solo perché ritengo che tutto il miele che scorre quel giorno faccia male ai denti, ma anche perché leggendo su Wikipedia ho scoperto che il 14 febbraio non festeggiamo il compleanno del santo o la data di un suo miracolo, ma il giorno in cui è stato decapitato…e trovo la cosa piuttosto macabra! (poi poveretto, ho anche scoperto che l’hanno decapitato a 97 anni…se non l’aveva già colpito la demenza…che male mai avrebbe potuto fare…).
Dopo avere scartato la caramella di San Valentino, non mi rimane che commentare l’evento dell’anno che più ci rappresenta.
Disordinati, polemici, divertenti, emozionanti ed emozionati, improvvisati, sornioni, eleganti e goffi, brillanti, a tratti gretti, volgarotti, bigotti e poi un crescendo…creativi, eccentrici, unici, insomma noi, l’Italia, il Festival di Sanremo.
Per fortuna ho ancora un briciolo di amor proprio e ho deciso di battezzare solo due serate, giovedì e venerdì, e questo mi ha salvato dalla soporifera apologia di se stesso di Celentano, che stava a Sanremo come una fetta di salame dentro a un Ferrero Rocher.
La qualità delle canzoni nell’insieme è discutibile, lo sapete vero che è il Festival della canzone italiana, non delle farfalline???
Pero’ se è vero quello che cantava Fabrizio de André
“dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”,
allora dalla città dei fiori qualche bocciolo è spuntato:
Eccoci così giunti, nel nostro viaggio che vuole associare le 26 lettere dell’alfabeto a 26 attori della scena musicale, alla lettera E, e vedrete che il soggetto scelto questo mese meglio non si potrebbe intonare alla lettera di turno.
Poco fa ho scritto “questo mese” consapevole che, fino ad ora, questo piccolo spazio non ha affatto avuto una cadenza mensile ma anzi, come un po’ altri contenuti di questo sito, si è presentato in maniera piuttosto irregolare. Abbiamo deciso di provare ad essere più precisi, più puntuali e, almeno nelle rubriche, a cercare di garantire una cadenza regolare. Ad esempio, questa rubrica cercherà di uscire sempre attorno a metà mese, giorno più, giorno meno.
Ben venga quindi la dicitura “questo mese”.
—
Lo spazio di oggi ruota attorno alla figura del signor Mark Oliver Everett, meglio conosciuto come Mr. E
Ooooh!
(Stupore.)
Come vi anticipavo, quindi, capite bene che la lettera E non potrebbe essere meglio allocata.
Purtroppo il nome “Mr. E“, da solo, dirà ben poco, se non a qualche lettore particolarmente smaliziato. Più noto è invece il complesso che gli gira attorno: gli Eels.
Qualche nota biografica ci aiuterà ad introdurre il personaggio.
Mark Oliver Everett, nato nel 1963 in Virginia, vive una adolescenza decisamente difficile, tra la morte del padre (noto fisico) e le quotidiane problematiche indotte dalla sorella, cui resterà sempre molto legato, che soffre di gravi disturbi psichici e che entra nella dipendenza da sostanze stupefacenti.
Dopo un trasferimento e diversi lavoretti, riesce ad incidere due dischi solisti sotto lo pseudonimo di Mr E: A Man Called E e Broken Toy Shop. Datato 1995 è l’incontro col bassista Tommy Walters ed il batterista Butch, assieme ai quali partirà il progetto Eels.
Beautiful Freak, l’album d’esordio di cui parlerò oggi, esce nel 1996. La band ne etichetta il contenuto come “the celebratory side of being a freak“, un po’ come se fosse il manifesto dei disadattati, ma le tracce fanno emergere in pieno tutti i drammi e le problematiche vissute da Mr. E, prova ne sia l’invocazione che dà il titolo alla traccia più nota, quel piccolo capolavoro di “Novocaine for the soul“, che chiede un anestetico per lenire il dolore dell’anima. Anche la copertina risulta abbastanza inquietante, e raffigura una bimba con occhi effettati per assomigliare a quelli di un personaggio di un manga, con un girasole morto in mano. L’effetto è molto meno carino di quel che potrebbe sembrare descrivendolo.
Il primo nome che mi è venuto in mente quando ho ascoltato il disco è quello di Beck. Gli Eels, come lui, sanno produrre un pastiche di suoni che, pur nella estrema eterogeneità dei generi musicali attraversati, sa legare tutto con un fil rouge omogeneo o quantomeno coerente. Il risultato però, rispetto a Beck, è forse più sussurrato, più roco, come del resto il cantato di Mr. E. La ricerca della melodia, al contempo, è decisamente presente, pur se annegata tra distorsioni un po’ acide (come tanto andava in voga negli anni dell’epoca grunge), un sapiente uso dei campionamenti e pure, so che può sembrare un paradosso, il ricorso a strumenti semplici ed incisivi come il pianoforte.
Mi rendo conto che è difficile descrivere questi suoni, e d’altronde anche Frank Zappa amava citare questa frase: “scrivere di musica è come ballare d’architettura“, per sottolineare l’impossibilità del compito (e fors’anche la completa inutilità della critica?).
Se la cita lui, la posso citare anche io.
Vi lascio, dunque, come al solito, all’ascolto che, come si suol dire, può più di mille parole.
Qua sotto troverete il già citato Novocaine for The Soul, e My Beloved Monster, che è stato incluso nella colonna sonora del primo capitolo di Shrek.
Prima, però, una nota. Purtroppo il successo di questo disco non impedì a Mr. E di allontanarsi dai fantasmi della sua vita sofferta. Nello stesso anno di pubblicazione del disco la sorella morì suicida, e durante il tour che seguì il secondo album (Electro-Shock blues, anche quello consigliassimo) la madre, malata di cancro, passò a miglior vita lasciando al nostro, ancora una volta, l’unico rifugio dal dolore nella sua amata e tormentata musica.
Ed eccoci qui, finalmente! Come esordio su questa rubrica, tra le infinite cose che ci sono in questa città incantevole e incantata (e io che sono un gatto magico che ha vissuto a Broadway per 18 anni so cosa vi sto dicendo) ho deciso di parlarvi di un museo, perché tra le mie passioni l’arte è una delle più forti. Così cominciamo anche a conoscerci.
A New York ci sono tante cose da fare e tante da vedere, ma il venerdì pomeriggio c’è sicuramente un posto da visitare: il MoMA. Al venerdì pomeriggio perché dalle 16.00 l’ingresso è gratuito, l’America è grande anche per queste cose. La fila la trovi sempre per entrare, a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, ma il venerdì dopo le 17.00 scorre veloce e ordinata; non ci sono più le orde di turisti in tour organizzati e le famiglie con bambini che corrono da tutte le parti, perché “non sanno quello che fanno”.
Ma torniamo a noi: Il MoMA, The Museum of Modern Art, è stato costruito nel 1929, con l’intento di raccogliere le opere nate dalle idee più creative dalla fine dell’ottocento a oggi. Beh, secondo me ci sono riusciti bene! Il museo si sviluppa su 5 piani, ma finita la fila per depositare lo zaino e quella per prendere l’audioguida (in italiano), anche questi servizi rigorosamente gratuiti (per l’audioguida serve un documento, ma non accettano il passaporto) è al quinto piano che inizia la visita: quadri e sculture dalla fine dell’ottocento a oggi. Pareti bianchissime e pavimenti in legno, fanno da sfondo a quadri di Van Ghogh, Picasso, Cezanne, Matisse, Dalì, Kahlo, e tanti altri.
Tra i tutti: Modigliani, il mio preferito! Potresti perderti un giorno intero a passeggiare per le stanze di questo piano, dove anche gli addetti al controllo stanno discretamente a guardare, cordiali e sorridenti come tutti gli impiegati del museo, ma un paio d’ore sono già sufficienti per apprezzare le meraviglie che si trovano appese.
Con gli occhi pieni di tutta questa bellezza si scende al quarto piano per un giro veloce fra le stanze dell’arte contemporanea, che faccio molta fatica a capire, ma vi chiedo una “Little girl” di Burgeois, appeso al soffitto, che emozioni vi fa provare?
Con lo sguardo tra lo stupido e il terrorizzato, ci si lascia scivolare sulla scala mobile al terzo piano, tra le sale della fotografia e dell’architettura e del design dove l’Italia fa da padrona: dalla Vespa, alla moka Bialetti, i nostri architetti primeggiano senza ombra di dubbio su tutto il resto del mondo.
A questo punto non rimane più tempo: passaggio velocissimo per il giardino delle sculture e poi fuori, perché è già ora di cena…
Indirizzi:
- The Museum of Modern Art, 11 West 53 Street, New York, NY 10019
- Sito internet (fatto veramente bene!): http://www.moma.org/
- Visita virtuale su google art project: http://www.googleartproject.com/
Un saluto da mister mistoffelees, il vostro phenomenal cat.














